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Fu Giovanni Previtali a dare prime
indicazioni per cercare di ricomporre, attorno al Crocifisso
della collegiata di Camaiore, una serie di opere che potessero
condividerne la provenienza da una stessa bottega. Il maestro del
crocifisso di Camaiore che veniva individuato in quel breve saggio
del 1981, rimaneva ancora artista con un corpus piuttosto scarno,
potendo contare soltanto sull’aggiunta di due statue lignee di
Maria e Giovanni dolenti in collezione privata, già pubblicate da
Enzo Carli come opere fiorentine di metà del trecento. Accostandole
però al già citato Crocifisso, Previtali proponeva di
anticipare di qualche decennio l’attività della bottega da cui
erano uscite, collocava quelle opere in una zona modernamente
periferica, come la Toscana occidentale, e ne parlava come di “un
caso parallelo, per combinazione di caratteri di giottismo arcaico e
di gotico patetismo[…], a Pisa, nell’opera del Maestro di San
Torpè […], a Pistoia, nel Maestro del 1310”.
Su quelle tracce tornava alcuni anni dopo
Severina Russo in un saggio ospitato sul catalogo della mostra
lucchese del 1995 sulla scultura lignea e dedicato appunto alle Nuove
acquisizioni per il Maestro del Crocifisso di Camaiore.
Raccogliendo l’invito con cui Previtali aveva concluso il suo
saggio, a indagare cioè “le ricche miniere del territorio
toscano” per sperare di arricchire quel corpus, la studiosa
ricordava altre opere che nel frattempo vi erano state aggiunte: il Crocifisso
del Duomo di Pietrasanta, da parte dello stesso Previtali, quindi
quello di Cerreto Guidi e quello del Duomo di Massa; opere già
dalla Lisner riunite con altri crocifissi e giudicati di scuola
pisana della seconda metà del XIV secolo. A questi la Russo
aggiungeva quelli conservati a Vagli, Gallicano, Castiglione
Garfagnana e nella chiesa di San Domenico a San Miniato.
L’esiguo corpus si era quindi
arricchito di opere in maniera notevole, e tuttavia si trattava
esclusivamente di crocifissi, per di più tutti segnati da una
grande omogeneità stilistica. In tal modo l’accrescimento delle
opere non aiutava molto nella definizione culturale di quel maestro
potendolo soltanto confermare, considerata la concentrazione
geografica di quelle opere, l’ipotesi di una sua provenienza
lucchese. Rispetto alla lettura del Previtali, la Russo tendeva
comunque ad avanzarne l’attività intorno alla metà del secolo, e
non trascurava di mettere in evidenza “una grande potenza
espressiva, una forte partecipazione emotiva dello scultore
all’evento più drammatico della storia cristiana che evocano
[…] l’appassionata spiritualità delle Laudi
medioevali”.
Per ciò che riguarda le vicende del Crocifisso
all’interno della pieve di San Leonardo, in un registro
ottocentesco di deliberazioni conservato nell’archivio
parrocchiale, si racconta come esso stette nel 1827, per tre anni
nella chiesa di Santa Liberata, per essere poi, con una cerimonia
solenne, riportato in pieve dove fu “riposto nell’antico e
solito tabernacolo nel quale era stato sin dal 1720 per ordine di
monsignor Anrdea Cattani, vescovo di San Miniato”. Sempre nello
stesso resoconto – ma scalando negli anni le notizie diventano
meno attendibili – si ricorda come, in precedenza, il Crocifisso
si trovasse sulla parete sopra la porta maggiore dove era stato
posto quando all’altar maggiore, dove in origine si trovava, era
stata collocata la croce donata da Cosimo I e tradizionalmente
attribuita alla scuola del Giambologna.
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