 zoom |
Difficile riuscire a ricostruire un contesto
storico per opere che come questa ci soni giunte così pesantemente
alterate, sia per quanto riguarda la loro forma originaria, mutata
negli anni da ridipinture e integrazioni, sia per un aspetto che
nella nostra indagine risulta spesso centrale, cioè la possibilità
di collegare l’opera stessa ai suoi presupposti materiali e
spirituali, facendo riferimento a persone, o gruppi di persone, e
queste stesse opere hanno voluto, e che in vario modo hanno
contribuito alla loro esistenza, raccogliendo fondi, utilizzando
lasciti, o facendo donazioni. Se il primo ostacolo si può pensare
di affrontare facendo ricorso ad una campagna di restauro, il
secondo, quandanche la ricerca negli archivi parrocchiali non dia
risultati, rimane senza soluzione, lasciando come unica strada
possibile l’indagine condotta sul piano stilistico, nel tentativo
di dare all’opera una base di datazione o di indicare probabili
filiazioni da altre opere sulle quali possiamo essere maggiormente
informati. Per questo Crocifisso di Cerreto Guidi, di cui ignoriamo
la provenienza, proveremo allora a proporre l’accostamento a
quello ben più bello, conservato nella chiesa di Santa Maria a Ripa
presso Empoli, e che, gia pubblicato dalla Lisner come opera di
ambiente genericamente pollaiolesco e verrocchiesco della fine del
XV secolo, è stato poi spostato in maniera più decisa verso la
bottega di Andrea del Verrocchio. Limitando il confronto tra le due
opere al busto e al volto di Cristo – poiché successive e di più
grossolana fattura sembrano nel crocifisso di Cerreto le braccia e
le gambe – potremo notarvi una simile conduzione nell’emergere
del costato, nelle rientranze dei fianchi, nel taglio dell’addome;
potremo anche rilevare una medesima posizione della testa solo un
po’ più inclinata a Cerreto rispetto alla linea delle spalle, e
ancora il volto decisamente segnato, la comune espressione smagrita
che accentua l’emergere degli zigomi e del naso, i capelli e la
barba risolti in chiome semplici e morbidamente inanellate. Tutti e
caratteri insomma che sembrano confermare quel riferimento, indicato
per il Crocifisso di Empoli, a botteghe legate alla maniera del
Verrocchio e ai suoi sviluppi ancora a cavallo tra XV e XVI secolo,
secondo formule stilistiche e scelte narrative che possiamo
ritrovare per esempio in alcune delle statue in terracotta che
decorano le cappelle del Sacro Monte di San Vivaldo, presso
Montatone, e per le quali i riferimenti proposti alla bottega di
Giovanni Della Robbia e, più di recente, a quella di Agnolo di
Polo, varranno entrambi come indicazione di appartenenza ad un
ambito culturale che trova le sue radici nell’esempio e nel
magistero del Verrocchio, e a cui pensiamo possa essere ricondotto
anche il nostro Crocifisso. |