Scultore fiorentino

Crocifisso

Fine del XV – inizi del XVI secolo
Legno cm 92 x 80

 

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Difficile riuscire a ricostruire un contesto storico per opere che come questa ci soni giunte così pesantemente alterate, sia per quanto riguarda la loro forma originaria, mutata negli anni da ridipinture e integrazioni, sia per un aspetto che nella nostra indagine risulta spesso centrale, cioè la possibilità di collegare l’opera stessa ai suoi presupposti materiali e spirituali, facendo riferimento a persone, o gruppi di persone, e queste stesse opere hanno voluto, e che in vario modo hanno contribuito alla loro esistenza, raccogliendo fondi, utilizzando lasciti, o facendo donazioni. Se il primo ostacolo si può pensare di affrontare facendo ricorso ad una campagna di restauro, il secondo, quandanche la ricerca negli archivi parrocchiali non dia risultati, rimane senza soluzione, lasciando come unica strada possibile l’indagine condotta sul piano stilistico, nel tentativo di dare all’opera una base di datazione o di indicare probabili filiazioni da altre opere sulle quali possiamo essere maggiormente informati. Per questo Crocifisso di Cerreto Guidi, di cui ignoriamo la provenienza, proveremo allora a proporre l’accostamento a quello ben più bello, conservato nella chiesa di Santa Maria a Ripa presso Empoli, e che, gia pubblicato dalla Lisner come opera di ambiente genericamente pollaiolesco e verrocchiesco della fine del XV secolo, è stato poi spostato in maniera più decisa verso la bottega di Andrea del Verrocchio. Limitando il confronto tra le due opere al busto e al volto di Cristo – poiché successive e di più grossolana fattura sembrano nel crocifisso di Cerreto le braccia e le gambe – potremo notarvi una simile conduzione nell’emergere del costato, nelle rientranze dei fianchi, nel taglio dell’addome; potremo anche rilevare una medesima posizione della testa solo un po’ più inclinata a Cerreto rispetto alla linea delle spalle, e ancora il volto decisamente segnato, la comune espressione smagrita che accentua l’emergere degli zigomi e del naso, i capelli e la barba risolti in chiome semplici e morbidamente inanellate. Tutti e caratteri insomma che sembrano confermare quel riferimento, indicato per il Crocifisso di Empoli, a botteghe legate alla maniera del Verrocchio e ai suoi sviluppi ancora a cavallo tra XV e XVI secolo, secondo formule stilistiche e scelte narrative che possiamo ritrovare per esempio in alcune delle statue in terracotta che decorano le cappelle del Sacro Monte di San Vivaldo, presso Montatone, e per le quali i riferimenti proposti alla bottega di Giovanni Della Robbia e, più di recente, a quella di Agnolo di Polo, varranno entrambi come indicazione di appartenenza ad un ambito culturale che trova le sue radici nell’esempio e nel magistero del Verrocchio, e a cui pensiamo possa essere ricondotto anche il nostro Crocifisso.