 zoom |
Chi ha scritto di questo fonte battesimale,
anche solo in maniera sintetica, ha quasi sempre indicato la
dipendenza dei sei rilievi con le scene della vita del Battista che
lo compongono da opere realizzate a Firenze alcuni decenni prima:
opere del Ghirlandaio soprattutto, ma anche del Verrocchio o di
Antonio del Pollaiolo. Si tratta di osservazioni piuttosto
immediate, data la fama di quei riferimenti e la precisione con la
quale spesso vi si attinge, e tuttavia qualche volta sono state
osservazioni fornite in maniera un po’ confusa, e soprattutto
quasi mai si è cercato di approfondire il senso ed il significato
di quei riferimenti, al massimo facendo di Giovanni della Robbia,
che è l’autore del fonte di Cerreto, un artista sostanzialmente
privo di capacità inventive. È infatti solo in tempi recenti che
Andrea De Marchi ha saputo inserire queste dipendenze di Giovanni in
un insieme più complesso di rapporti tra pittura e scultura
all’interno della bottega robbiana e della sua tradizione,
rilevando variazioni nelle preferenze e curiosi passaggi
iconografici, rivelatori di scelte che andavano via via mutando il
ruolo di quella bottega nel contesto dell’arte fiorentina.
Cercheremo però di procedere con ordine riassumendo prima le poche
informazioni che abbiamo dell’opera, poi cercando di chiarire, con
un po’ di precisione, quali siano le sue dipendenze figurative,
infine, riprendendo il riferimento al saggio di De Marchi,
in che modo siano da collocare all’interno del percorso
artistico di Giovanni.
L’opera stessa ci
fornisce due indicazioni preziose in relazione alla sua
storia: la data di esecuzione, il 1511, e la famiglia del suo
committente, quella dei Rucellai, il cui stemma è ripetuto in
corrispondenza delle paraste che separano i rilievi. Per cercare di
stringere maggiormente sul nome del committente ricorderemo che due
Rucellai ebbero la carica di pievano della chiesa di San Leonardo in
anni prossimi a quel 1511, cioè Simone, morto nel 1514, e il nipote
Vanni a cui, prima di morire – ma non sappiamo precisamente quando
– lo stesso Simone aveva lasciato la carica.
Per l’attribuzione del fonte a Giovanni
c’è una tradizione consolidata che risale già alla monografia di
Cavallucci e Molinier del
1884, dopo che il Repetti e il Milanesi vi avevano in precedenza
fatto riferimento come ad opera genericamente robbiana. Del resto
l’attribuzione ha ormai più solidi sostegni documentari, potendo
fare riferimento ad una serie di altri fonti battesimali pressoché
identici e
cronologicamente vicini a questo di Cerreto Guidi, per uno dei
quali, conservato nella pieve di San Giovanni Battista a Galatrona,
presso Bucine, sono rimaste note dei pagamenti.
Non solo quindi l’uso di invenzioni tratte
da opere altrui, cui abbiamo già fatto riferimento, ma anche la
pratica della replica a
calco per manufatti che, pur commessi da personaggi e famiglie
prestigiose, erano destinate a chiese del contado: tutto ciò
contribuisce ad evidenziare l’immagine di una bottega che stava
certamente consolidando una organizzazione
interna modellata sulle ormai numerose richieste di manufatti
dal costo contenuto, e di facile trasportabilità
e di apprezzato valore decorativo. È una tendenza che già
possiamo cogliere nella fase tarda dell’opera di Luca, che si
sviluppa poi con Andrea e infine si afferma con Giovanni, e tuttavia
il suo affermarsi coincide anche con il capovolgersi di quel
rapporto con la pittura cui facevamo riferimento all’inizio.
Il fonte di Cerreto dimostra infatti in maniera inequivocabile la dipendenza dalla
pittura. A nostro avviso il riferimento costante e puntuale sono gli
affreschi del Ghirlandaio con le storie del Battista in Santa Maria
Novella: ad essi possono essere avvicinati, e talvolta sovrapposte,
ben cinque delle sei scene figurate, con l’esclusione cioè di
quella della Decollazione che
nelle figure del santo e del suo carnefice ripete invece le pose
dello stesso episodio nel cosiddetto Parato di San Giovanni, opera
di Antonio del Pollaiolo conservata al Museo dell’Opera del Duomo
di Firenze, mentre più debole e non così puntuale, ci
sembra il riferimento al famoso Battesimo di Cristo del
Verrocchio per la scena
corrispondente del fonte nella quale sono forse confluite ancora
citazioni da quello ghirlandaiesco . Comunque, derivazioni che
risalgono tutte ad opere di alcuni decenni prima, opere di grande
prestigio e di grande valore per la storia dell’arte fiorentina,
e ne risulta forse più immediato pensare ad una resa nei
confronti di ciò che di più nuovo sia andava facendo negli anni in
cui Giovanni concepiva i suoi fonti battesimali, quasi
un’ammissione di inadeguatezza, o pensare anche ad una evoluzioni
in senso più artigianale
della sua bottega per
cui ci si limitava a riproporre schemi figurativi ormai consolidati
, potremo almeno
chiederci se quelle scene
non siano da leggere anche secondo orientamenti di carattere
politico e culturale, come affermazioni di una egemonia
linguistica e come riferimenti ad un passato glorioso, in
linea del resto con molti recuperi
che sembrano segnare l’arte fiorentina
dei primi decenni del Cinquecento . |