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Menzionato da Guido Carocci nel suo volume
sul Valdarno del 1906 come opera vicina a Filippino Lippi, la tavola
custodita nella cappella del Crocifisso, ma forse situata un tempo
all’altar maggiore della pieve, fu esposta alla mostra di San
Miniato nel 1969 e ricondotta da Luciano Bollosi, autore della
scheda del catalogo, nell’orbita di Ridolfo del Ghirlandaio.
Sacra conversazione di impianto semplice ed
assai diffuso, la Vergine in trono col Bambino e i due santi ai
lati, costruita su una griglia prospettica centralizzata la cui
rigorosa applicazione è evidenziata dal pittore con l’escamotage,
frequentissimo nella tradizione figurativa fiorentina tra il XV
e XVI secolo,
delle linee di pavimentazione
che convergono al punto di fuga fissato nel grembo della
Madonna per una
inequivocabile individuazione del fulcro dell’immagine che viene
così ad essere ideale e razionale, la raffigurazione si apre in uno
scorcio di paese collinare desolato e dissolto, in lontananza, in
una luce di alba che si diffonde dall’ampio
fondovalle. Nella modulazione indefinita di questo soffuso
effetto luminoso sottili trame d’ombra si distendono sulle figure
a sfumare il morbido modellato, a
rilevare il tessuto grafico affiorante sotto gli incarnati di
cera, a togliere brillantezza ai colori.
Notando riferimenti al Puligo e a Piero di
Cosimo, per la “stesura quasi pulviscolare della pittura”,
segnalando l’oscillazione tra una cultura
ghirlandaiesca ed elementi che avvertono di un aggiornamento sulle
innovazioni linguistiche promosse da Andrea del Sarto,
Frà Bartolomeo e l’Albertinelli
tra la fine del primo e il secondo decennio del Cinquecento,
il Siemoni ha
avvicinato il dipinto all’ambito del Franciabigio. Tale
accostamento sembra trovare ulteriori conferme nel paesaggio
caratterizzato sulla sinistra dietro al san Leonardo, da un sentiero
che si inerpica verso una collina di argilla scavata dalle erosioni,
un particolare naturalistico di radice tardoquattrocentesca, ma al
tempo stesso spia di suggestioni nordiche, ricorrente nel corpus di
opere del Franciabigio dove spesso si rintraccia, identico, a far da
sfondo in ritratti come in quello di Giovane uomo degli
Uffizi o nell’effige di Un cavaliere di San Giovanni
conservato alla National Gallery di Londra.
Se dal punto di vista dell’analisi
stilistica l’intervento del Siemoni si rivela puntuale non sembra
altrettanto condivisibile l’identificazione della figura sulla
destra con san Paolo soprattutto perché l’accertamento
dell’iconografia viene sostenuto dallo studioso con una assai poco
convincente interpretazione del piccolo drago, mai presente nella
rappresentazione di questo santo.Le modeste dimensioni della spada,
sorretta dalla parte della punta come simbolo di martirio (assai
diversa dal tradizionale spadone, attributo del persecutore
convertito Paolo), e la presenza della piccola creatura mostruosa
dal muso molossoide portano
a rivalutare la precedente individuazione di questa figura come san
Matteo. A fatti ben precisi della geografia di questo apostolo, non
rarissimi nella tradizione figurativa toscana, rimandando i due
attributi menzionati: il drago simboleggia infatti un episodio
avvenuto nella città etiope di Nadaber, quando Matteo ammansì due
draghi di cui i maghi Zaroes e Arphaxat
si servivano per seminare strage in quelle terre, mentre la
spada si riferisce all’esecuzione del santo, trafitto alle spalle
da un sicario mandato dal re Irtaco. |