Giovanni Battista Volponi detto lo Scalabrino

Visione di san Bernardo, i santi Girolamo e Michele arcangelo e un donatore

Quinto decennio del XVI secolo
Tavola, cm 162x150

 

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Nel chiudere il suo saggio del 1992, fondamentale per la ricostruzione della personalità del pittore pistoiese Giovan Battista Volponi, Marco Chiarini aggiungeva un breve post-scriptum nel quale proponeva di attribuire a quel pittore la pala d’altare con la visione di san Bernardo conservata nella pieve di San Leonardo a Cerreto Guidi. Lo studioso vi vedeva “confronti istituibili con le opere tarde, soprattutto con l’Assunta di Masiano […] e con quella del museo della Collegiata di Empoli”, e la indicava come una “tra le più felici creazioni di questa personalità minore”. La tavola era stata precedentemente esposta alla mostra fiorentina dedicata a san Bernardo come opera di ignoto toscano; in quell’occasione Elena Capretti, che sul catalogo ne aveva curato la scheda, ricostruiva con precisione le sue componenti iconografiche, indicava quindi le coordinate stilistiche dell’artista – da ricercare tra il Franciabigio, Fra Paolino e il Sogliani -, e proponeva con cautela l’identificazione del donatore in un membro della famiglia Cordelli, alla quale sarà poi legata la commissione della pala di Sebastiano Vini.

La notizia recente riguardante la fondazione, nel 1530 dell’altare su cui si trovava in origine il dipinto dello Scalabrino, non sembra essere decisiva per anticipare l’esecuzione dell’opera, potendo la commissione essere giunta soltanto in un secondo momento, e considerando anche che, almeno in un’occasione, tra la data di allogagione al nostro pittore e quella di consegna della già ricordata Assunzione della Vergine per la chiesa di Santa Maria a Masiano nei pressi di Pistoia, erano intercorsi circa nove anni, cosicché ancora pienamente condivisibili ci appaiono la datazione e gli accostamenti proposti da Marco Chiarini a cui inizialmente abbiamo fatto riferimento.

Il profilo del pittore tracciato dallo studioso tendeva a mettere in evidenza la dipendenza dagli esempi di Fra Bartolomeo, così costanti in molta pittura pistoiese della prima metà del Cinquecento, sulla spinta di quanto vi aveva portato a Firenze Fra Paolino. Ma, rispetto a quest’ultimo, e ai pittori a lui più vicini, nelle sue opere tarde lo Scalabrino sembra selezionare dal quel comune riferimento, la predilezione per la resa di paesaggi che sembrano svaporarsi  in un pulviscolo di luce, e l’accostarsi ad una pittura dai toni sfumati, fino a parer liquidi, quando dipinge nuvole, barbe o chiome arricciate. Sono scelte queste che forse si spiegano con la conoscenza delle opere del Franciabigio, e del Sogliani, che vi aveva visto la Capretti, e che forse andranno seguite per una strada comune a quei pittori che son parsi eccentrici per le loro forzature espressive, e che rivelano tutti simili partenze, scelte di eclettismo, spesso l’adesione ad un mondo figurativo ormai passato da alcuni decenni e riproposto quasi in una scelta arcaizzante che sembra spengersi in chiese lontane dal quel convento fiorentino di San Marco che lo aveva visto nascere.