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Fu Luciano Bellosi il primo a delimitare il
campo di indagine per l’autore di questo dipinto collocato
nell’altare al termine della navata sinistra della pieve:
di
una fin troppo disinvolta condotta manieristica, la tela
rivela una cultura tra Vasari, Macchietti e Michele di Ridolfo; essa
sembra infatti spettare all’allievo di questi Francesco Brina.
Se il progredire degli studi sulle varie
personalità del tardo Manierismo fiorentino ha fatto poi vacillare,
come si vedrà, la paternità di Francesco Brini, Brina o del Brina,
l’intuizione dello studioso si era rivelata stringente soprattutto
riguardo all’inquadramento dell’opera dell’ambito di quel gruppo
di artisti cresciuti sotto l’ala di Michele di Ridolfo o passati,
per qualche tempo, nella sua bottega; una equipe allargata
gravitante attorno al Tosini, più che una bottega, in cui il
trascorrere fluido dei collaboratori sembra aver contribuito in buona
parte al costituirsi di un’omogeneità linguistica strutturata su
l’impiego non solo di ricorrenti moduli compositivi ma perfino di
precisi calchi fisiognomici e riprese letterali di dettagli, in un
procedere del riuso in cui non viene intaccato, se non minimamente, lo
standard espressivo comune.
Emblematica di questa forte tendenza
monolinguistica, poiché da interpretare come derivazione della
Madonna del Rosario detta del Ghironcello datata 1563, conservata nel
Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca e già avvicinata da Silvia
Meloni allo stesso Francesco Brina, la tela cerretese, per il suo
soggetto ampiamente praticato dai giovani colleghi del Tosini è stata
infatti riferita anche alla mano del fratello di Francesco, Giovanni
del Brina, in un'ipotesi attributiva che Anna Matteoli pubblicò
producendo come prova le evidentissime coincidenze con il dipinto di
identico tema che questo raro pittore lasciò nella pieve di Buggiano
Castello firmandolo e datandolo nel 1580. Anno vicino a quel 1577 in
cui l'ex provveditore della fabbrica della villa medicea, poi fattore
ed agente del Granduca, prete Jacopo Machiavelli, ed altri quattro
gentiluomini di Cerreto fecero eseguire il quadro e vi vollero
dipinti, nei volti di alcuni dei santi in
adorazione della Vergine, i loro tratti somatici. Ritratti di
uomini pii le cui espressioni severe sembrano comunicare
l’importanza etica e sociale della devozione e delle sue forme;
volti intrisi di umanità, distanti dai caratteri petrarcheschi
della Vergine (“bionde treccie”, collo latteo, “guancie
ch’adorna un dolce foco”), dall'astratto e lezioso profilo della
santa Caterina e dalle fisionomie di quei due angeli che,
nell'incarnato delicato, negli arti affusolati, si allontanano
sensibilmente dalla maniera tenuta da Giovanni Brina nel
dipinto firmato di Buggiano Castello dove le stesse figure sono rese
con maggior vigore muscolare e più rozza anatomia.
Altre divergenze, soprattutto nel modo di
condurre i panneggi, inducono a pensare che anche la proposta di Giovanni, come quella di Francesco del Brina, pur da non
scartare, debba quindi essere sottoposta ad un'attenta
valutazione una volta fatta chiarezza tra le numerose opere ancora
senza precisa paternità da assegnare ai vari frequentatori della
cerchia tosiniana, un ambiente in cui si era formato
anche Niccolò Betti, altro artista le cui cifre stilistiche
molto si accostano a quelle dell'ignoto autore di questa tela ed estremamente vicino a Francesco Brina proprio verso la
fine degli anni Settanta del Cinquecento.
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