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Non di rado il viaggiatore istruito si
trova a fermarsi con meraviglia, là dov'ei meno se lo aspettava,
davanti a qualche opera d'incognito artista; e a chiedere invano ai
biografi, e agli scrittori della Istoria delle arti, notizie di alcun
di essi, e ragione del non meritato silenzio in che si è tenuta la di
lui memoria. Lo che, per tacer d'altri, è pure avvenuto del pittore
veronese Sebastiano Vini, di cui non sò che veruna opera conoscasi
oltre quella ch'egli condusse per questa città, da lui scelta quasi a
novella patria.
Con queste parole l’erudito pistoiese Pietro
Pietrini introduceva agli inizi dell'Ottocento la figura del pittore
veronese in un manoscritto a lui dedicato che oggi si conserva alla
Biblioteca della Galleria degli Uffizi. Ci sono sembrate osservazioni
ancora attuali se riferite ad un dipinto che troviamo nella pieve di
San Leonardo. L’opera ci fornisce l'occasione per ripercorrere un
momento molto importante della storia di questa antica chiesa.
Sin dal 1558 ne aveva assunto il patronato la
famiglia dei Medici, succedendo alla estinta dinastia degli Adimari e
assicurandosi così un avamposto di non trascurabile importanza
all'interno dell'area della diocesi lucchese. In quel momento il
pievano di San Leonardo era Pier Francesco Ricci, personalità di
elevato spessore sia religioso che politico, proposto della chiesa
capitolare di Santo Stefano a Prato, nonché maggiordomo e segretario
dello stesso duca Cosimo I. Quest'ultima carica prevedeva il
controllo, da parte del Ricci, sulle retribuzioni di tutto il
personale gravitante intorno alla corte medicea, controllo che gli
permise di esercitare una certa influenza sull'arte figurativa di
questi anni e sugli artisti stessi. Il forte magistero da lui
esercitato sul clima culturale interessò particolarmente l'ambiente
pratese ma se ne scorge un episodio molto interessante (sebbene di
poco successivo agli anni della pievania del Ricci, morto nel 1564)
anche in questo dipinto della pieve di Cerreto. L’attribuzione
dell'opera al pittore Sebastiano Vini, condotta per via di confronti
stilistici con un'altro dipinto dello stesso che qui di seguito
descriveremo, consente infatti di soffermarci su una breve
considerazione riguardante gli orientamenti stilistici del Ricci, il
quale sembra preferire una corrente artistica di espressione austera e
rigorosa, talvolta più arcaica rispetto a
quella ricercata e 'intellettualistica' che
faceva capo, a Firenze, agli artisti della cerchia del Vasari.
Fu probabilmente l'aspetto fortemente
devozionale della sua arte - messo ben in luce da Elisabetta Tenducci
nel saggio dedicato all'artista - che consentì al Vini di trovare un
proprio spazio a Prato, dove la scena artistica era stata, come
abbiamo accennato sopra, condizionata dalle scelte del Ricci. Per la
chiesa di San Francesco in quella città il Vini dipinse una Immacolata
Concezione che - già collocata da Roberto Paolo Ciardi tra gli
anni Sessanta e Settanta del Cinquecento - presenta precise assonanze
con il dipinto di Cerreto. Le caratteristiche formali che già
venivano messe in evidenza in quel saggio in relazione al dipinto di
Prato, sono infatti le stesse che si riscontrano nella Trinità di San
Leonardo: l'accentuato allungamento delle figure, che sembra
derivare dalle opere di Pierfrancesco di Jacopo Foschi in Santo
Spirito a Firenze, la luce “chiara e squillante” che le avvolge,
la “spaziata tessitura compositiva” tipiche della pittura di Maso
da San Friano. Per la figura del Dio Padre in entrambe le opere, si può
pensare che il Vini utilizzasse lo stesso disegno, e probabilmente
aveva sulla tavolozza lo stesso impasto di colori quando dipinse quel
cielo di un rosa come infuocato dalla luce divina.
I riferimenti stilistici più ricorrenti del
nostro pittore sembrano dunque essere di matrice fiorentina, talvolta
filtrati attraverso artisti attivi nell'ambito pistoiese (pensiamo
alla persistenza in alcune opere del Vini di certi modi bronzineschi
che possono derivare dal pesciatino Benedetto Pagni), o, dopo il
soggiorno del 1565, direttamente colti a Firenze e qui desunti dal
Bronzino stesso e soprattutto dal Pontormo, all’affresco del quale
per il coro di San Lorenzo dovette guardare il Vini per il suo Martirio
dei diecimila in San Desiderio a Pistoia
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