Sebastiano Vini
(Verona 1528 circa - Pistoia 1602)

La Trinità tra i santi Giacomo e Sebastiano e un donatore

1571
tavola, cm 250 x 170

iscrizioni: EX DEVOTIONE TOME IOANIS CORDELIIS 1571.

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Non di rado il viaggiatore istruito si trova a fermarsi con meraviglia, là dov'ei meno se lo aspettava, davanti a qualche opera d'incognito artista; e a chiedere invano ai biografi, e agli scrittori della Istoria delle arti, notizie di alcun di essi, e ragione del non meritato silenzio in che si è tenuta la di lui memoria. Lo che, per tacer d'altri, è pure avvenu­to del pittore veronese Sebastiano Vini, di cui non sò che veruna opera conoscasi oltre quella ch'egli condusse per questa città, da lui scelta quasi a novella patria. 

Con queste parole l’erudito pistoiese Pietro Pietrini introduceva agli inizi dell'Ottocento la figura del pittore veronese in un manoscritto a lui dedicato che oggi si conserva alla Biblioteca della Galleria degli Uffizi. Ci sono sembrate osservazioni ancora attuali se riferite ad un dipinto che troviamo nella pieve di San Leonardo. L’opera ci fornisce l'occasione per ripercorrere un momento molto importante della storia di questa antica chiesa.

Sin dal 1558 ne aveva assunto il patronato la famiglia dei Medici, succedendo alla estinta dinastia degli Adimari e assicurandosi così un avamposto di non trascurabile importanza all'interno dell'area della diocesi lucchese. In quel momento il pievano di San Leonardo era Pier Francesco Ricci, personalità di elevato spessore sia religioso che politico, proposto della chiesa capitolare di Santo Stefano a Prato, nonché maggiordomo e segretario dello stesso duca Cosimo I. Quest'ultima carica prevedeva il controllo, da parte del Ricci, sulle retribuzioni di tutto il personale gravitante intorno alla corte medicea, controllo che gli permise di esercitare una certa influenza sull'arte figurativa di questi anni e sugli artisti stessi. Il forte magistero da lui esercitato sul clima culturale interessò particolarmente l'ambiente pratese ma se ne scorge un episodio molto interessante (sebbene di poco successivo agli anni della pievania del Ricci, morto nel 1564) anche in questo dipinto della pieve di Cerreto. L’attribuzione dell'opera al pittore Sebastiano Vini, condotta per via di confronti stilistici con un'altro dipinto dello stesso che qui di seguito descriveremo, consente infatti di soffermarci su una breve considerazione riguardante gli orientamenti stilistici del Ricci, il quale sembra preferire una corrente artistica di espressione austera e rigorosa, talvolta più arcaica rispetto a

quella ricercata e 'intellettualistica' che faceva capo, a Firenze, agli artisti della cerchia del Vasari.

Fu probabilmente l'aspetto fortemente devozionale della sua arte - messo ben in luce da Elisabetta Tenducci nel saggio dedicato all'artista - che consentì al Vini di trovare un pro­prio spazio a Prato, dove la scena artistica era stata, come abbiamo accennato sopra, condizionata dalle scelte del Ricci. Per la chiesa di San Francesco in quella città il Vini dipinse una Immacolata Concezione che - già collocata da Roberto Paolo Ciardi tra gli anni Sessanta e Settanta del Cinquecento - presenta precise assonanze con il dipinto di Cerreto. Le caratteristiche formali che già venivano messe in evidenza in quel saggio in relazione al dipinto di Prato, sono infatti le stesse che si riscontrano nella Trinità di San Leonardo: l'accentuato allungamento delle figure, che sem­bra derivare dalle opere di Pierfrancesco di Jacopo Foschi in Santo Spirito a Firenze, la luce “chiara e squillante” che le avvolge, la “spaziata tessitura compositiva” tipiche della pittura di Maso da San Friano. Per la figura del Dio Padre in entrambe le opere, si può pensare che il Vini utilizzasse lo stesso disegno, e probabilmente aveva sulla tavolozza lo stesso impasto di colori quando dipinse quel cielo di un rosa come infuocato dalla luce divina.

I riferimenti stilistici più ricorrenti del nostro pittore sembrano dunque essere di matrice fiorentina, talvolta filtrati at­traverso artisti attivi nell'ambito pistoiese (pensiamo alla persistenza in alcune opere del Vini di certi modi bronzineschi che possono derivare dal pesciatino Benedetto Pagni), o, dopo il soggiorno del 1565, direttamente colti a Firenze e qui desunti dal Bronzino stesso e soprattutto dal Pontormo, all’affresco del quale per il coro di San Lorenzo dovette guar­dare il Vini per il suo Martirio dei diecimila in San Desiderio a Pistoia