 zoom |
Un caso difficile; a più di trent'anni dalla
prima importante segnalazione della Meloni che, nell'introduzione al
catalogo della mostra di San Miniato del 1969, aveva proposto con
molta cautela un accostamento a Fabrizio Boschi, il solitario San
Leonardo di Cerreto Guidi, tela centinata oggi affissa alla parete
della navata sinistra della pieve, rimane un problema tutto da
sciogliere. Poco tempo dopo Dilvo Lotti avanzava un'ipotesi
attributiva fondata sull'interpretazione di questa figura (che nel
volto ha caratteri somatici ben definiti) come un autoritratto del
Bilivert, attraverso una ricostruzione basata sul confronto con la
doppia effigie del Museo dell'Accademia etrusca di Cortona, i cui
personaggi erano ritenuti il Cigoli ed un suo allievo, da alcuni
identificato col Bilivert, da altri con Cristofano Allori. Spostato ad
opera della bottega del Bilivert dal Cantelli, il San Leonardo
ha poi trovato nuova considerazione nella scheda che Walfredo Siemoni
gli ha dedicato all'interno del volume su Cerreto Guidi edito nel
1991. Lo studioso, riprendendo il motivo del supposto autoritratto, ha
privilegiato l'altra interpretazione dell'opera di Cortona, ed ha
quindi proposto, per la tela di Cerreto, il nome di Cristofano Allori.
Il tutto senza tralasciare di menzionare quei debiti con lo stile del
maestro Gregorio Pagani già notati dalla Meloni in relazione alla
resa della bellissima dalmatica di velluto controtagliato; debiti che
la studiosa aveva immediatamente ridimensionato suggerendo
l'appartenenza della tela ad un momento certo posteriore rispetto al
Pagani “per la resa libera, quasi di macchia, del viso fiero, della
stoffa colpeggiata con grande senso pittorico”.
L’attribuzione del San Leonardo al più
giovane degli Allori, riconfermata dal Siemoni anche recentemente,
sembra poco sostenibile di fronte alle opere note di questo pittore ed
allo stesso modo non sembra convincere l'accostamento al Bilivert o
alla bottega; per quanto riguarda poi l'interessante collegamento con
il Boschi, giustificato dalla calligrafica attenzione per la
realistica sostanza delle cose nonché dal contrastato luminismo di
radice caravaggesca, è da far rilevare come l'autore del dipinto
cerretese sembri giungere a questi risultati di perfezione materica
percorrendo le vie di una più capziosa imitazione rispetto al Boschi
che, nelle stoffe dai panneggi movimentati di straordinaria
morbidezza, illustra le possibilità mimetiche dei suoi mezzi senza
mai arrivare a nascondere che sempre di pittura si tratta, di colore
ricco steso da una pennellata sapiente che campisce la tela a creare
volumi e spazi illusori.
Nonostante i diversi pareri, le ipotesi fin
qui riassunte sembrano convergere sulla certezza che il dipinto sia un
prodotto della cultura figurativa fiorentina difficilmente databile
oltre la metà del XVII secolo. A questo periodo sembra ricondurre la
semplice organizzazione spaziale della scena - vicolo di città
spopolata tra l'angolo di un palazzo e il fianco di una chiesa - il
modo con cui è indagato il comportamento della luce e la pregiata
stoffa liturgica. Ma il volto sfuggente del martire, forse davvero un
ritratto, assai lontano dalla compunzione di tanti santi della pittura
riformata fiorentina dei primi decenni del Seicento (si pensi, oltre
che al Pagani, al Curradi) e lontano anche dall'ostentare quella
fierezza a suo tempo notata dalla Meloni, la gestualità un po'
nervosa e la stessa scelta della postura non sembrano trovare facili
riscontri nella pittura di quel tempo. Inoltre se, come afferma il
Siemoni, solo nel 1705 la cappella a destra dell’altar maggiore
della pieve venne dedicata a San Leonardo, non è da escludere per il
dipinto una datazione più tarda, anche per la lieve torsione del
busto vigoroso che, come le ombre profonde degli occhi, sembra in
qualche modo tradire la conoscenza delle ultime esperienze di Pietro
da Cortona.
|