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L’oggetto rappresenta una diretta evoluzione
stilistica rispetto alle lampade votive della metà del XVII secolo
e si caratterizza per il profilo piriforme, nel quale domina il deciso
aggetto degli attacchi, costituiti da ampie foglie dal contorno
frastagliato, sulle quali sono agganciate le catenelle di sospensione.
Ma, anche se questo elemento strutturale avvicinerebbe il manufatto ad
omologhi arredi databili alla metà del secolo, rileviamo che la
lampada si differenzia per l’accentuata strozzatura, per la
terminazione a ghianda e soprattutto per la tendenza dell'ignoto
orefice fiorentino ad affidarsi ad un apparato decorativo scarsamente
basato sulla tipica lavorazione a giorno, elemento qualificante le
precedenti produzioni. Così la decorazione non risulta più emergere
dal traforo, ma viene organizzata per fasce parallele, anticipando
soluzioni che distingueranno sempre di più la lavorazione a partire
dalla fine del secolo. L’autore propone, nelle fasce inferiori,
profonde baccellature ed una teoria di larghi anelli concatenati,
mentre, nella parte centrale del corpo, fra girali vegetali, vengono
eseguiti a sbalzo, a bassissimo rilievo, alcuni cherubini, dal volto
paffuto e dalle ali spiegate, che si alternano a scudi ovali,
circondati da volute affrontate, includenti le iscrizioni dedicatorie
e le figure, a mezzo busto, di sant’Antonio Abate, san Giovanni
Gualberto, san Francesco, la Vergine del Rosario. La particolare
attenzione fisionomica, con l’espressività e la caratterizzazione
dei santi, soprattutto della Madonna, ed il panneggio spezzato delle
vesti, segnato da numerose pieghe arcuate, tendono ad ottenere effetti
chiaroscurali e pose che ricordano le figurazioni pittoriche
dell'ultima fase della maniera fiorentina.
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