Gabriele Grassi

I santi Giovanni Battista, Francesco, Leonardo e Carlo Borromeo

Primo decennio del XVII secolo
Olio su tela, cm 300 x 195

 

zoom

Assunzione della Vergine, 1628.
San Miniato, chiesa di San Francesco

La tela serviva in origine ad incorniciare l’affresco trecentesco raffigurante la Madonna col Bambino e santi Giovanni Battista e Leonardo sull’altar maggiore di Santa Liberata, modernizzandolo secondo i criteri del ripristino e attualizzazione delle antiche immagini devozionali in voga nel Seicento. A tale scopo, della precedente versione restavano visibili, attraverso l’apertura centinata, soltanto le due figure principali, mentre le altre erano riproposte, e incrementate numericamente, sul nuovo supporto, che rimase in opera fino al 1945, quando ne furono decisi la rimozione e lo spostamento in sacrestia (dove tuttora si trova) proprio alfine di recuperare e valorizzare il dipinto sottostante.

La pala è stata recentemente oggetto di alcune proposte attributive, piuttosto varie per discussione cronologica e stilistica, mentre risulta in realtà assai agevole precisarne non soltanto i tempi di esecuzione, ma anche la cultura figurative dell’autore, anche mediante il solo ricorso all’osservazione formale. La datazione sarà infatti da ambientare entro 1610, poiché  san Carlo Borromeo vi compare ancora privo di aureola, e la sua canonizzazione risale appunto al novembre di quell’anno: per qualche  riguarda invece i precedenti stilisti del pittore, non si fatica a scorgerli in ambito senese. All’evidenza la tela spetta allo stesso autore della monumentale Assunta che campeggia sull’altare della omonima compagnia laicale di San Francesco a San Miniato, documentata quale lavoro eseguito nel 1628 da un artista finora del  tutto sconosciuto, Gabriele Grassi. Questi, da alcuni documenti che ho potuto reperire – e dei quali spero di poter dar conto quanto prima, unitamente al già congruo corpus pittorico parimenti da me individuato, e solo in piccola parte reso noto – risulta essere stato cittadino fiorentino; ma tale asserzione, che sarà certamente rilevante per la ricostruzione della sua biografia, andrà letta senz’altro in ordine all’ormai acquisito dominio di Firenze su Siena, e non potrà in alcun modo vanificare l’ipotesi di una formazione senese non soltanto palese, come ho anticipato, ma addirittura circoscrivibile entro il 1608 in base ad alcuni precisi riscontri stilistici.

Tra i dipinti con il quale il catalogo del Grassi può essere incrementato, mi piace segnalare nuovamente in questa occasione, il San Galgano delle collezioni della Cassa di Risparmio di San Miniato, derivante da un’invenzione grafica di Ventura Salimbeni (e finora da lui stesso riferito), ma la cui possibile attribuzione  al nostro pittore è argomentata da una serie di rispondenze esistenti proprio non la pala  di Santa Liberata. A partire dal cielo, analogamente inteso nel passaggio, piuttosto brusco, tra una campitura d’azzurro intenso e la stria di bianco puro sulla quale i brani di paesaggio possono risaltare nei loro toni d’acquarello; fino ai panneggi, spesso definiti in ampie superfici scabre, dove il colore non acquista quasi alcuna vibrazione. E poi i volti, larghi e dai tratti somatici caratteristici, e le mani dalle dita affusolate, che nel san Galgano e nel san Carlo Borromeo si fanno identiche anche nella posa.

La riscoperta della figura di Gabriele Grassi, e l’ottima qualità formale delle sue opere fin qui recuperate, dimostrano come l’indagine sulle personalità artistiche minori, se non addirittura del tutto sconosciute, possa riservare ancora significative sorprese, anche in un contesto apparentemente ben noto com’è quello della pittura toscana del Seicento.