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Per la chiesa di Cerreto dipinse, in un
quadro da altare, un san Domenico e una santa Giustina.
Con questa breve frase Francesco Saverio
Baldinucci indicava la presenza a Cerreto di un'opera del pittore
fiorentino Onorio Marinari, che solo recentemente è stata
identificata col dipinto conservato all'altare della cappella del
Buonconsiglio della chiesa di Santa Liberata. Le ragioni di un così
prolungato silenzio riguardo ad un’opera che pure veniva ricordata
da una fonte tanto autorevole, vanno forse ricercate nelle vicende
relative allo spostamento che la tela dovette subire, probabilmente
alla fine dell’Ottocento, dalla pieve di San Leonardo alla chiesa di
Santa Liberata. Ancora nella prima collocazione la ricorda infatti
Giuseppe Ansaldi nella sua guida La Valdinievole illustrata. Un
ulteriore impedimento per la corretta lettura del dipinto era inoltre
costituito dal suo precario stato di conservazione: la superficie era
infatti compromessa, oltre che da un'estesa bruciatura causata dalle
candele nella parte centrale, da pesanti ridipinture (gli angioletti
reggicortina in alto ed il compatto sfondo grigio-verde) seguite
probabilmente al cambiamento di destinazione, che comportò anche
l'apertura di una finestra nella tela, come la vediamo oggi, per
accogliere un'immagine della Vergine.
L’identificazione della figura sulla destra
con santa Giustina, invece che con Faustina o Cristina, sante per le
quali esisteva in questa chiesa una lunga tradizione, deve dunque
tener
conto della diversa provenienza del dipinto, concepito per un altare
della pieve del quale purtroppo non rimane altra testimonianza.
Oltre alla ricchezza dell’abito e alla presenza del giglio come
unici ma generici attributi di santa Giustina, il Baldinucci poté
inoltre vedere nel crocifisso verso il quale la santa si rivolge in
atto di adorazione - tornato oggi alla luce grazie al recente
restauro - un ulteriore attributo per il riconoscimento di
quella santa.
Una composizione come quella che qui vediamo,
con le due figure inginocchiate l’una di fronte all'altra, sembra
aver dei precisi riferimenti nell'opera del Marinari in almeno due
dipinti che derivano, con qualche leggera variazione, dallo stesso
disegno: mi riferisco alla Madonna del Rosario della chiesa di
Santa Maria a Lapo, presso Firenze (per la quale s registrano
pagamenti nel 1678) e alla tela, di soggetto analogo, del Musée des
Beaux-Arts di Brest. Il profilo della santa Giustina e il
morbido adagiarsi al suolo delle pieghe della veste del san Domenico
nella tela di Cerreto dipendono anch’essi dallo stesso disegno,
seppure qui la resa pittorica appaia meno smaltata, direi quasi
‘vignalesca’ per certi effetti di ombreggiatura densa evidente
soprattutto nei volti. L’uso di un chiaroscuro più marcato, unito
ad effetti di sfumato, caratterizza - come sottolinea Paola
Bruscoli - le opere del Marinari tra la seconda metà del
settimo decennio e la fin del successivo, quando egli sembra essere
maggiormente influenzato dallo stile di Simone Pignoni, partecipando
“alla ricerca furiniana di una bellezza ideale”. Non è da
escludere tuttavia che questi caratteri possano derivare al Marinari
direttamente dal suo maestro Carlo Dolci, la cui di pendenza dal «mosso
calore vignaliano» è stata giustamente sottolineata da Carlo Del
Bravo.
In conclusione di questa breve scheda vorrei segnalare un'altra opera,
attribuita ad Onorio Marinari da Roberto Contini, che presenta varie
analogie col dipinto di Cerreto: si tratta di una tela conservata
nella controfacciata della badia benedettina di San Godenzo, con in I
santi Giacomo(?) e Filippo Neri in adorazione della Croce. Questi
due santi hanno gesti e posizioni analoghi a quelli delle figure di
Cerreto e il santo sulla sinistra (forse Giacomo) ha la stessa
costruzione del volto del nostro san Domenico, con dense ombreggiature
intorno agli occhi, sugli zigomi e ai lati della bocca.
L’accostamento cronologico proposto dal Contini per il dipinto di
San Godenzo con L'apparizione di Crísto a santa Maria Maddalena
de’ Pazzi della chiesa fiorentina di Santa Maria Maggiore,
suggerisce anche per quell'opera una datazione sul finire degli anni
Settanta del Seicento, datazione che proponiamo dunque, anche in
considerazioni dei confronti avanzati sopra con le due versioni della Madonna
del Rosario, per la tela di Cerreto.
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