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Particolare |
L’iscrizione venuta alla luce durante il
recente restauro ha finalmente fugato ogni dubbio sulla paternità
dell'opera, variamente attribuita in passato a pittori dell'ambiente
fiorentino di fine Cinquecento. Lo stemma, tornato anch'esso alla
luce dopo la pulitura, presenta un leone rampante con un ramoscello
d’ulivo nella zampa ed è raffigurato anche sui due plinti
dell’altar maggiore, dove il dipinto doveva trovarsi almeno fino
al secolo scorso. In quella collocazione lo vede il pittore
fucecchiese Alessandro Masini intorno al 1785, ma in un inventario del
1840 il dipinto risulta già spostato in sagrestia, sostituito
probabilmente dalla tela con la Trinità, opera ottocentesca
attualmente collocata sulla parete sinistra dell'oratorio. Un
ulteriore conferma di questa primitiva collocazione ci viene da una
memoria scritta su una pietra sotto l’altare della Compagnia oggi
coperta dall’ottocentesca urna del Cristo morto, ma ancora leggibile
fino al 1829 e trascritta in un volume di deliberazioni della
Confraternita conservato nell’archivio parrocchiale di Cerreto Guidi
presso la canonica. In questa memoria si legge:
Joannes Baptista de Guidis a Cerreto
Guido/ Joannis Philosophiae et Medicinae Doctoris Filius Regiae/
Suppelleetilis Glaviumque Portarum Civitatis Florentiae/ Custos major
Serenissimi et Magni Ducis etruriae/ Francisci Medicis atque cius
mathematicus Capellam/ hanc cum. Altari et Tabula omnibus suis
impensis/ Societati Corporis Domini in oppido Cerreto/ faciendam
curavit anno Domini millesimo quingentesimo octuagesimo septimo mense
novembri.
Giovanni Battista Guidi aveva legato la sua
fortuna alla figura di Francesco I de’ Medici, del quale fu
astrologo di fiducia per oltre un ventennio. Nel 1587 però la sua
carriera era ormai in declino, giacché nel 1583 era stato colpito da
un'infermità che lo aveva costretto ad interrompere il suo servizio
per il granduca. Le sue sembianze saranno da riconoscersi nell'austero
ritratto di anziano signore in abito scuro e lattuga bianca che
assiste alla scena inginocchiato sulla sinistra, mentre la figura
femminile sulla destra che rivolge lo sguardo malinconico fuori
quadro, potrebbe essere un ritratto di Lucrezia Falcucci, la donna che
il Guidi aveva sposato nel 1563 e che era morta appena l'anno prima,
nel 1586.
Al centro del dipinto un pontefice, in atto di
offrire il Santissimo Sacramento, sorregge con una mano la pisside
tenendo nell’altra un piccolo putto. L’immagine, abbastanza
insolita, è stata variamente interpretata nel corso degli anni e
l’episodio viene oggi comunemente identificato con la Comunione
di santa Liberata. La presenza a Cerreto di un Santuario dedicato
alla santa ha contribuito alla fortuna di questa interpretazione, che
però lascia molto perplessi. Nella tavola del Passignano la figura
femminile in primo piano veste abiti umili, in evidente contrasto con
il ricco abbigliamento della figura alle sue spalle, e difficilmente
la si potrebbe identificare con santa Liberata, che nell’iconografia
è rappresentata o con gli abiti signorili (talvolta principeschi)
della gioventù, o con l’abito benedettino che insieme alla sorella
Faustina vestì dopo la fondazione del loro monastero presso Como.
Inoltre nelle leggende relative alla vita della santa non si trova
nessun accenno ad un suo incontro con un pontefice, né tanto meno ad
un episodio come quello rappresentato nella tavola di Cerreto.
Dovendo dunque cercare un’altra chiave
interpretativa per l’episodio qui rappresentato, ci saranno di aiuto
alcune memorie trascritte nei volumi ottocenteschi di deliberazioni
della compagnia, dove leggiamo che la confraternita ha il suo altare
privilegiato gregoriano. È forse a causa di questa circostanza che il
Passignano rappresentò nella figura del pontefice al centro del
dipinto non un papa qualsiasi in atto di comunicare la santa Liberata,
ma proprio quel san Gregorio Magno a titolo del quale l’altare era
privilegiato. Con la scelta di questo particolare episodio, che evoca
il momento della distribuzione del Santissimo Sacramento, si rendeva
inoltre omaggio al nome della confraternita laicale che aveva fondato
l’oratorio e che era infatti intitolata al Corpus Domini.
La messa miracolosa che qui si rappresenta non
è un soggetto classico dell’iconografia di san Gregorio Magno: la
scelta di raffigurare proprio questo episodio presupponeva la
conoscenza di quel testo fondamentale dell’agiografia medievale che
è la Legenda aurea di Jacopo da Varazze, che riprende in
questo caso una leggenda narrata nella Vita del santo scritta
nell’VIII secolo da Paolo Diacono e la rende popolare. Il testo
narra di come una matrona offrisse tutte le domeniche del pane a san
Gregorio ed una volta, durante la messa, mentre il santo le offriva il
corpo di Cristo, ella si mise a ridere con malizia. Allontanata la
mano dalla sua bocca san Gregorio le chiese allora, di fronte a tutti,
il motivo di questo suo ridere, al ché la donna rispose che lui
chiamava ‘corpo di Cristo’ il pane che lei stessa aveva impastato.
San Gregorio pregò allora per l’incredulità di quella donna e
quando ebbe finito, il pane si era trasformato in carne, sotto forma
di dito, restituendo così la fede alla donna. Pregò ancora e quella
carne si ritrasformò in pane, e fu offerta in comunione
all'incredula.
La variazione sul tema, che pure lascia
immutato il significato simbolico del miracolo, risponde ad una
licenza dell'artista (o, forse, del committente), che trasforma il
‘dito’ della narrazione di Jacopo da Varazze in una figuretta
intera, disegnandole sul petto il cerchio bianco dell’ostia, a
significare la natura divina di quel pane offerto per la comunione.
Un'altra libera interpretazione del Passignano sulla comune
iconografia del soggetto rappresentato riguarda la figura del san
Gregorio: normalmente l'attributo che lo contraddistingue è la
colomba ispiratrice che si posa sulla sua spalla o plana sulla sua
testa, ma in questo caso il pittore sembra quasi rinnovare simili
convenzioni, ed inventa un quadro nel quadro dove, tra i santi
Leonardo e Giovanni evangelista, la colomba dello Spirito Santo
illumina e ‘ispira’ con la sua luce le azioni del santo papa.
La notizia dell'arrivo del dipinto a Cerreto
Guidi nel 1587 resa nota da Rosanna Caterina Proto Pisani, anticipa di
circa un anno il rientro del Passignano in Toscana, segnando il primo
ingresso della pittura ‘alla veneta’ nell'arte fiorentina: la
vicinanza delle figure del committente o dell'anziano in primo piano
con certi ritratti del Tintoretto, o i bagliori della veste della
donna inginocchiata sulla destra ne sono segni più evidenti. Ma se
consideriamo un dipinto eseguito nel 1586 a Venezia, la
Crocifissione per San Marziale, la distanza con questa tavola di
Cerreto ci appare fin troppo profonda, pur trattandosi di una
esecuzione così ravvicinata: quanta più misura, più simmetrica
regolarità e monumentalità ci sono qui rispetto alla caotica
composizione del dipinto veneziano. Al suo rientro a Firenze il
Passignano dovette cogliere immediatamente i nuovi spunti che qui
erano andati maturando, aggiornandosi, con la rapidità che gli era
propria nel portare a termine le sue opere, sulle opere degli altri
fiorentini.
(Questa tavola di pertinenza dell’oratorio
della Santissima Trinità, si trova attualmente nel Santuario di S.
Liberata)
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