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Pieve di San Leonardo

Quando nel 1416 l’antica pieve di San
Pietro a Cellere (o in Greti) fu definitivamente unita alla nuova
pieve di San Leonardo, quest’ultima doveva aver già assunto un
ruolo importante nella vita del piccolo borgo nato intorno al
castello dei conti Guidi. L’ipotesi di una sua fondazione come
cappella palatina – già avanzata da Walfredo Siemoni – sembra
probabile, anche in considerazione della posizione, sulla parte più
elevata del paese, di quel primo nucleo dell’attuale chiesa.
In una visita
pastorale del Vicario di Lucca, nel 1355, la pieve di Cerreto si
trova nominata per la prima volta con l’intitolazione a San
Leonardo. Il pievano allora in carica era Bonaccorso Adinari e un
altro membro della stessa famiglia, Roberto Adinari, ricopriva la
medesima carica nel 1430, prima di venire eletto vescovo di
Volterra. Alla presenza a Cerreto di questi nobili fiorentini sembra
si possa riferire la commissione del prezioso corale attribuito alla
produzione giovanile di Mariotto di Nardo. Probabilmente gli Adinari
godevano del giuspatronato sulla chiesa e questo loro diritto si
protrasse fino alla metà del Cinquecento, quando la famiglia fu
allontanata dalla Toscana allorché un membro della stessa, Gherardo
Adinari, esponente di prima fila nelle trame antimedicee, fu
condannato e ucciso sulla piazza di Empoli. Non è chiaro tuttavia
in che modo si debba intendere l’esercizio di questo diritto da
parte di quell’importante famiglia fiorentina, ma certo esso non
doveva escludere l’intervento di volontà diverse, almeno per quel
che riguarda la decorazione della chiesa e la scelta dei pievani,
se, ancora all’inizio del Cinquecento vi esercitavano questa
funzione ben due membri della famiglia Rucellai, a cui si deve anche
la commissione del fonte battesimale robbiano, tuttora conservato
nella chiesa. Dopo un breve periodo in cui la pieve fu sottoposta
alla giurisdizione dei magistrati fiorentini agli Adinari
subentrarono nel 1558 i Medici, che da tempo nutrivano interessi nei
confronti della zona di Cerreto – come attestano alcuni documenti
dell’archivio di stato di Firenze citati da Giovanni Micheli –
vi avevano preso a soggiornare ripetutamente durante l’anno.
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Con il 1558
inizia dunque il ‘periodo d’oro’ della pieve di San Leonardo.
Ne divenne pievano il pratese Pierfrancesco Ricci (1501-1564),
personaggio molto influente nell’ambito della corte medicea, dove
nel 1545 rivestiva la carica di maggiordomo. Nel 1550, per
interessamento di Cosimo I, il Ricci aveva ottenuto la prepositura
di Santo Stefano a Prato, anch’essa di giuspatronato mediceo, e
sin da quella data aveva avanzato richieste a Roma per ottenere
l’unione della pieve di Cerreto al Capitolo di Prato, unione che
si concretizzo solo più tardi, Il 5 novembre del 1563. |

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Nella bolla
emanata in tale data dal pontefice Pio IV si stabilivano i diritti e
gli obblighi del Capitolo di Prato nei confronti della pieve di Cerreto: in base ad essi il proposto pratese prendeva il possesso di
tutti i beni legati alla chiesa di San Leonardo, obbligandosi nel
contempo a sopperire alle necessarie spese di manutenzione che si
sarebbero rese necessarie.
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Purtroppo non
conosciamo con certezza quali furono gli interventi promossi dal
Ricci per l’arricchimento del patrimonio artistico della pieve:
Walfredo Siemoni suggerisce che a lui possa essere ricondotta la
creazione degli altari laterali, smantellati poi all’inizio
dell’Ottocento, e del nuovo presbiterio. Tuttavia abbiamo notizia
di altari già esistenti nella pieve prima dell’arrivo del Ricci,
tra i quali quello fondato da un certo Reginaldo Piccini nel 1530,
per il quale fu dipinta la tavola con la Visione di san Bernardo
dal pittore pistoiese Giovan Battista Volponi detto lo Scalabrino. |
La notizia della donazione alla pieve da parte di Cosimo I di un
crocifisso ligneo della scuola del Giambologna per l’altar
maggiore, riportata in un volume ottocentesco di deliberazioni
conservato nell’archivio parrocchiale di Cerreto, e
tradizionalmente ripetuta, rappresenta, allo stato attuale delle
nostre conoscenze, l’unico ricordo documentario di un arredo di
provenienza medicea. La difficoltà ad identificare quello
attualmente conservato sull’altare con un opera attribuibile alla
scuola del Giambologna ci costringe tuttavia a considerare tale
notizia con qualche cautela. Nessun ricordo documentario ci aiuta
poi a sciogliere la spinosa questione attributiva relativa ad alcune
opere d’arte conservate nella pieve.
L’aspetto
architettonico che la chiesa assunse alla fine del Cinquecento non
doveva essere molto diverso da quello che compare ancora in alcune
piante settecentesche, con otto altari, distribuiti tra le pareti
laterali e il presbiterio, e un loggiato che occupava tutto il suo
lato sinistro e la facciata. Questo assetto fu modificato soltanto
all’inizio dell’Ottocento, quando, per l’accresciuto numero
dei fedeli, si rese necessario ampliare l’interno dell’edificio:
furono prima smantellati gli altari laterali, quindi fu chiuso il
loggiato sinistro e ampliato quello destro verso la villa, cosi da
acquistare lo spazio per le due nuove navate laterali. In questa
occasione si aprì un lungo contenzioso con il Capitolo di Prato,
che veniva richiamato all’obbligo di contribuire alle spese
necessarie per gli ampliamenti. L’ultimo intervento relativo
all’aspetto architettonico della pieve si ebbe non 1827, quando ne
fu modificato il prospetto frontale con la costruzione di un nuovo
loggiato.
La
pieve di San Leonardo è stata riaperta
il 12 aprile 2003 dopo 3 anni di
complessi restauri architettonici e strutturali, che hanno
radicalmente cambiato l' aspetto interno della chiesta riportandolo
com' era all' inizio del Novecento.
Oratorio della Santissima Trinità

Paliotto della compagnia dei Rossi, 1656 circa.
Un recente intervento di Vanna Arrighi,
durante il cielo di conferenze legate alla manifestazione I luoghi
della fede, ha fornito nuovi e
importanti contributi alla conoscenza della storia
dell’oratorio della Santissima Trinità di Cerreto Guidi, che vanno
ad aggiungersi agli studi sull'argomento condotti da Giovanni Micheli
e da Walfredo Siemoni. La fondazione originale della compagnia del
Corpus Domini (detta anche dei Rossi dal colore delle cappe indossate
dai confratelli durante le processioni) risale al 26 marzo 1456.
Inizialmente i congregati non avevano un proprio edificio, ma si
avvalevano di una stanza della confraternita della Beata Vergine
Maria, detta anche dei Bianchi, situata sull’attuale via della
Libertà, all'incirca dove oggi trova la caserma dei Carabinieri. Col
crescere del numero degli iscritti la compagnia ebbe la necessità di
uno spazio proprio si decise di avviare la costruzione di un nuovo
oratorio. La fondazione fu resa possibile grazie all’intervento di
un illustre cittadino fiorentino che aveva origini cerretesi, la cui
personalità è stata riportata solo recentemente all'attenzione degli
storici dell’arte, in seguito all'importante episodio di committenza
al quale il suo nome si lega e di cui tratteremo in maniera più
diffusa nella scheda relativa al dipinto del Passignano. Si tratta di
Giovanni Battista Guidi da Cerreto (1524 - 1592) astrologo di
fiducia d granduca Francesco I che rivestiva a corte l’importante
carica di Guardaroba generale, nonché di custode delle chiavi della
città di Firenze. Il Guidi affrontò le spese necessarie alla
costruzione del nuovo edificio della compagnia e al termine dei lavori
fece arrivare da Firenze l'altare in pietra con il suo dipinto. La
donazione, da riferirsi all'anno 1587, è ricordata dalla lapide in
pietra che fu collocata sotto l’altare. E di quello stesso anno
l’intitolazione dell'altare alla Santissima Trinità, a cui veniva
associato il privilegio gregoriano, come si legge nell’ottocentesco
volume di deliberazioni conservato nell’archivio parrocchiale.
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Nel 1607 l’edificio andò distrutto a causa
di una frana del terreno e si presentò la necessità di riedificarlo.
Il terreno per nuovo fabbricato fu concesso dal granduca Ferdinando I
in seguito alla supplica che i congregati gli rivolsero in data 8
marzo 1607. Nel luglio del 1608, ottenuto il terreno, si cominciò la
costruzione del nuovo oratorio, dove fu traslato l’altare del Guidi
con il dipinto. |
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Nel 1615 i confratelli chiesero e ottennero
l’aggregazione alla confraternita della Santissima Trinità de
Convalescenti e Pellegrini di Roma, come ricorda una targa sopra
l’ingresso dell’oratorio.
L’edificio mantiene ancor oggi l’aspetto
seicentesco, con i sedili dei confratelli in legno intagliato lungo le
pareti e il bel paliotto dell'altar maggiore, con al centro dipinta
l'immagine di due confratelli con le caratteristiche cappe rosse in
adorazione del Santissimo Sacramento e uno stemma mediceo, che la
tradizione vuole donato dal granduca Ferdinando II nel 1656.
Nel corso del Settecento furono affrescate le
lunette, il cornicione e l’arco presbiteriale dal pittore fiorentino
Lorenzo Nelli, ma la decorazione fu completata poi, sul finire del
secolo, dal pittore Francesco Castiglioni, che vi lasciò le sue
iniziali. Nel 1783 l’oratorio fu interessato dalle soppressioni
leopoldine, ma dietro richiesta dei confratelli fu infine restituito
al culto nel 1792 . Nel 1823 un decreto di Pio VII insigniva la
compagnia del titolo di Arciconfraternita, confermando allo stesso
tempo l’altare privilegiato gregoriano.
Si deve ad un intervento ottocentesco
l’allineamento della facciata dell'oratorio con gli altri edifici di
via Saccenti. Un nuovo e radicale restauro, infine, si
è appena concluso.
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